di Claudio Gandolfi, Bologna
E’ del 29 maggio la notizia che a Brescia è esploso un forno ed un altro giovane operaio di 26 anni ci ha lasciato le penne e tutto questo per cosa: per un pezzo di pane, per un pezzo di dignità ancora una volta negata. Sapere che “L'azienda è stata subito posta sotto sequestro dai carabinieri” non mi consola affatto, mi chiedo cosa sia stato fatto prima per evitare questo, sarei curioso di sapere se in quello stabilimento i lavoratori avevano eletto il proprio rappresentante per la sicurezza (RLS), a quando risale l’ultimo controllo ispettivo degli organi vigilanti, se quanto prescritto dalla 626 (legge in vigore da 13 anni) fosse veramente posto in essere o se qualcuno aveva chiuso un occhio?. Chiedo troppo? Per conto mio è il minimo di trasparenza a cui come cittadini di un paese che si definisce “civile” avremmo diritto.
Ora risparmiateci i commenti sdegnati di rito perché non manca giorno che qualcuno scopra che in Italia di lavoro si muore più che in guerra; adesso basta numeri ed analisi è tempo di fare sintesi dei dati e di trarne le opportune conseguenze istituzionali,politiche e d'impresa, altrimenti è meglio tacere se alle parole non seguono fatti. Da cittadino e lavoratore chiedo a tutti di impegnarsi ciascuno per la propria parte perché di parole, buoni propositi e promesse se sono state dette sin troppe, il mondo del lavoro è stanco delle parole di circostanza che seguono regolarmente il giorno dopo il fatto; questo ennesimo lutto conferma che “la strage silenziosa” sui luoghi di lavoro deve diventare una priorità sociale da affrontare con un impegno costante e quotidiano da parte di tutti uscendo dalla dimensione di emergenza legata ai fatti luttuosi ed eclatanti.
Le buone leggi ci sono e piuttosto che farne altre basterebbe dare gli strumenti ispettivi e coercitivi agli organi vigilanti per farle applicare, punendo pesantemente chi decide di fare impresa nella illegalità. Il messaggio dovrebbe essere semplice, chiaro e netto: o si accetta di lavorare nella legalità oppure fuori dal gioco. Sono consapevole che questa fermezza comporta il coraggio politico di toccare degli interessi di parte, ma il prezzo che come collettività stiamo pagando allo sviluppo economico è troppo alto e vergognosamente inaccettabile perché in un Paese che all’articolo 1 della sua Costituzione si dice “Una Repubblica fondata sul lavoro” non può essere considerato normale “morire sul lavoro”, è un prezzo sociale, economico, politico e morale che non possiamo più accettare e non possiamo più continuare a preventivare come costo da pagare allo sviluppo.
Le persone con i loro diritti e la loro dignità debbono tornare ad essere prioritarie rispetto all’economia e questo coraggio va trovato come atto di civiltà dovuto al Paese e me lo aspetto ORA e SUBITO dal governo di centro-sinistra (prima che sia troppo tardi) .