Home
Missione
Testimonianze
Premio Gastone Marri
Link utili

Dall'inizio dell'anno ad ora,
per lavoro, ci sono:
728 morti
728708 infortuni
18217 invalidi


:: Diario di un ispettore

nido


:: Rassegna Stampa

Giovedì 13 dicembre 2007

L'osservatorio sulla stampa di oggi giovedì 13 dicembre 2007


:: Documenti



Google





Invia l'articoloInvia l'articolo

Il 13 aprile ero a Genova

di Pasquale Plebiscito
Lo leggo al mattino su Internet del camallo ucciso da una balla di cellulosa. Avrei dovuto partire ma c’è lo sciopero dei treni e così decido di andare a vedere.  Non so bene perché: non sono uno di quelli che si ferma a guardare gl’ incidenti stradali. Anzi, se mi capita d’ incontrarne uno fuggo via.  Se accade in autostrada giro lo sguardo da un’ altra parte. Ma qui è diverso: è uno dei quattro morti che ogni giorno colorano di sangue il lavoro. É uno di quegli eventi che fa scattare all’ insù il vostro contatore. E allora voglio capire; parlare con qualcuno che c’ era, che ha visto. Io che faccio un lavoro tranquillo, protetto e che credevo che tutti i lavori fossero così, tranne le ovvie differenze della fatica, e che credevo che fossero “disgrazie”  quelle che uccidevano sul lavoro e di cui leggevo di tanto in tanto nelle pagine interne dei giornali, e che ho imparato da voi che la maggior parte delle “disgrazie” sarebbero in realtà evitabili, vado lì a cercare chi mi aiuti a capire come sia accaduto che, anche oggi e così vicino a me che dall’ albergo in cui mi trovo ci arrivo a piedi, un uomo giovane con due bimbi piccoli esca di casa al mattino e non vi faccia più ritorno. Ucciso dal suo proprio lavoro.

Una cortina di fumo nero e acre mi accoglie: hanno bruciato per protesta copertoni e altro. La strada è bloccata e anche le entrate del porto lo sono. Sono stati i colleghi dell’operaio morto a farlo con le loro macchine da lavoro: trattori, muletti, carrelli, bancali ecc. Mi accorgo che malgrado gli sbarramenti entrare è facile. Avanzo riluttante, mi sento fuori luogo. Dentro di me l’emozione è forte.

C’è un bel po’ di gente e ci sono la polizia e la guardia di finanza. Chi siano me lo spiega un signore che si è accorto del mio stato d’ animo tanto che mi chiede che se ero un amico del morto. Poi mi spiega: “c’è il magistrato di turno per gli atti urgenti, i funzionari dell’ASL, la polizia e la Finanza. Nei porti la finanza c’è sempre”. L’area è sotto sequestro. Non siamo molto lontani e si vede bene la pila degli enormi blocchi di carta – “peseranno almeno due o tre quintali l’uno” mi dice il signore – “e guardi come sono legati in modo sommario”. E mi fa notare che la catasta non è rigida né assicurata in alcun modo; che non vi sono protezioni, limitazioni di accesso, avvisi nelle vicinanze. Ed è altissima. Un grande carrello staziona nei pressi e al suolo giace il corpo coperto da un lenzuolo. É a ridosso della smisurata pila instabile. Una manovra del mezzo, oppure uno spontaneo assestamento dei colli. Comunque un modo approssimativo e irresponsabile di accatastare la merce. Questo sembra anche a me che sono un profano. La mia guida aggiunge che c’è una normativa degli anni ’50: sarebbe stato sufficiente rispettare quella e la balla non sarebbe caduta giù e l’ uomo sarebbe ancora vivo a lavorare col suo trattore. 

Chissà cosa diranno le indagini e chissà quando. E chissà quando una sentenza sancirà le responsabilità.  “E sa per quanto è morto quell’uomo? Forse per 1500 euro. E sarebbe già tanto perché la media è 1100, 1200 euro”. Il giorno prima, mi dice, c’erano stati altri due incidenti. E ce ne sono di continuo. E nessuno sa spiegare perché i rischi siano così elevati nel porto e perché siano così difficili da ridurre se non da annullare. Perché, dice, nessuno dà risposta a alcune semplici domande che lui formula una dietro l’altra: le aree di lavoro sono troppo ristrette per garantire di lavorare in sicurezza? i criteri con i quali vengono assegnate le concessioni dall’autorità portuale alle diverse società che effettuano le operazioni di scarico, stoccaggio e carico delle merci tengono conto dei rischi connessi alle operazioni da compiere? e i tempi di arrivo e permanenza delle navi sono vincolati alla necessità di organizzare il lavoro solo dopo averne valutato attentamente i rischi? E le gru? sono adeguate all’evolversi delle navi e dei loro carichi? E poi ci sono le reti ferroviarie interne, i camion e i carrelli di tutte le dimensioni che si aggirano con le più svariate mercanzie, dai containers ai tronchi alla carta, di giorno e di notte, con labilissima segnaletica e, per lo più, in assenza di regole condivise per una viabilità sicura, con una miriade di operatori diversi che si intersecano e si intralciano nell’attività. “Io non so – conclude – se ci sono valutazioni sull’andamento dei traffici e dei profitti, sull’occupazione e sulle forme contrattuali, sulla monetizzazione dei rischi che foraggiano le aziende ed esaltano i tornaconti individuali rendendo appetibili massacranti ritmi di lavoro e una minore difesa dei diritti collettivi”.

Ha parlato guardando diritto davanti a sé verso quella catasta e quel brulichio di gente che la attornia. E aggiunge che domani sui giornali non una di queste domande avrà una risposta. Su queste cose ci sarà il silenzio. E il silenzio non aiuta. Poi  mi guarda e dice “ha capito perché è così pericoloso il lavoro nel porto?”
 
Il giorno dopo i giornali. Nelle cronache trovano spazio le autorità cittadine e portuali presenti, gli scontri verbali e le spontanee proteste dei lavoratori, la contestazione alla Compagnia Unica  e le condizioni di irregolarità di tanto lavoro in Italia.  Un richiamo generico. Che non sembra avere alcuna connessione con l’evento. Vengono citate istituzioni, INAIL, INPS, Ispettorato del lavoro. Si richiama la legge delega per la formulazione del Testo unico. Tutte cose giuste che serviranno nel medio periodo ma che ora non servono capire l’evento di cui stanno parlando. I giornali ci dicono che stavolta il lavoro precario o nero o clandestino non c’entra. Il lavoratore era italiano sposato con due figli e era un regolare dipendente del terminalista che ha in gestione quel molo.

Ma nessuno ha interpellato subito i titolari della tutela della salute pubblica e solo nei giorni successivi un dirigente responsabile esporrà ai giornalisti qualche ipotesi sull’evento. Ma per il resto nulla. Le Istituzioni preposte, l’ASL e la Regione, il Sistema sanitario nazionale tacciono. La stampa appiattisce il loro ruolo a quello, certamente importante, al servizio della magistratura, ma che ne restringe l’attività ai fatti avvenuti. Ma sul prima, nulla.
Sui giornali del giorno dopo e dei giorni successivi nessuna delle domande della mia guida ha avuto una risposta. Anzi, non ce n’é stata neanche una che sia stata almeno formulata.


 
Articolo 21 Liberi di: Via Velino, 10 - 05019 Orvieto - info@articolo21.info
Web-Developer: Elzevira Content Editor: Elzevira