di Raffaele Siniscalchi
Quando nel 1971 esce la prima ristampa della dispensa prodotta dai sindacati dei metalmeccanici, Cesare Damiano è un giovane sindacalista dei metalmeccanici impegnato nella Quinta lega Mirafiori. Ha conosciuto tutti i protagonisti di quella straordinaria fase dell’attività sindacale di quel periodo di cui lui stesso è stato protagonista.
Come nacque l’idea di quella pubblicazione?
La dispensa sull’ambiente di lavoro, come la chiamavamo all’epoca, fu un’esperienza innovativa che alla fine degli anni ‘60 mise al centro della discussione sindacale il tema delle condizioni di lavoro e, al tempo stesso, espresse un concetto importante quello della “non delega” da parte dei lavoratori alla soluzione dei problemi della fabbrica...
Era un’ elaborazione anche molto raffinata, un incontro tra cultura e classe operaia: la cultura di sinistra, fortemente motivata sul terreno sociale. Uno dei momenti di migliore elaborazione del mondo del lavoro. Un’esperienza anche tipicamente torinese che si richiamava ai consigli, all’ esperienza gramsciana, al concetto di egemonia. Ivar Oddone,medico e docente universitario di psicologia del lavoro a Torino, era una delle espressioni di questa cultura dell’epoca. Tra l’altro, questa capacità di individuare le cause della nocività nell’ambiente di lavoro si combinava con la definizione, o meglio, con il superamento delle vecchie forme di rappresentanza sindacale. Infatti, sono quelli gli anni in cui si passò dalla commissione interna ai consigli di fabbrica e all’elezione del delegato di gruppo omogeneo su scheda bianca, come espressione al difuori di una logica di appartenenza sindacale,ma come espressione dell’unità del gruppo di lavoro che si rappresentava. Si chiamava in realtà “Gruppo Operaio Interessato al Massimo di Omogeneità”, GOIMO, una formula astrusa, poi più semplicemente detto “gruppo omogeneo”. La definizione dei collegi elettorali non corrispondeva necessariamente alla classificazione burocratica dell’impresa, dell’ufficio o dell’officina, ma rispondeva il più possibile, nell’intenzione di coloro che avevano elaborato questo modello, al massimo livello di omogeneità di condizione di lavoro espressa all’interno delle fabbriche. Quindi uno spezzone di catena di montaggio, un’unità di macchine a controllo numerico - pur non essendo all’epoca le macchine a controllo numerico così diffuse, parliamo di fine anni ’60 - oppure dei torni plurimandrino, o degli addetti alla verniciatura e così via. Quindi c’era in qualche modo un tentativo di collegare le forme della rappresentanza del lavoro, soprattutto fra gli operai, con la capacità di ricostruire la condizione di lavoro e di salute per poter poi esprimere le giuste rivendicazioni di modifica all’interno dell’officina. Fu un’esperienza che fece scuola: i famosi quattro gruppi di fattori di nocività furono le linee guida sulle quali si formò un’intera generazione di sindacalisti. I fattori nocivi individuati erano la luce, il rumore, la ventilazione, la temperatura, i gas, le polveri, il lavoro fisico, gli effetti stancanti, i ritmi eccessivi, le posizioni disagevoli. E attraverso queste chiavi di lettura,e attraverso una rappresentazione grafica estremamente accattivante (fra l’altro posso anche dire chi disegnò questi uomini manichino, questi uomini robot, fu : Paolo Grasso, un dipendente della Rai un creativo che curò la grafica del movimento sindacale di quegli anni, fondatore di una rivista mensile,”Gero zoom”, che si occupava negli anni ‘70 di fumetti e alla quale io partecipai anche come illustratore, essendo questa una mia passione). Naturalmente tutta questa elaborazione puntava sulla cultura della prevenzione. Cioè, gli infortuni non sono una fatalità, si possono prevenire.
Ivar Oddone nella sua introduzione mette in evidenza come ci fu la necessità di creare un linguaggio nuovo per comunicare queste cose creando un punto di raccordo tra il linguaggio che gli operai utilizzavano nel rappresentare le loro condizioni di lavoro e il linguaggio dei medici che si basava sulla conoscenza in astratto dei problemi ma non dei luoghi di lavoro che non conoscevano. Che ricordo hai di questo percorso?
Ricordo che questa cura del linguaggio e della comunicazione era molto accentuata. Si formò una specie di filone culturale all’interno del sindacato, che alla fine ebbe anche qualche elemento di separatezza, dei cultori dell’ambiente di lavoro. Ci furono,cioè, persone che si dedicarono allo studio, all’attività sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro anche partecipando a seminari universitari di alto livello, promuovendo azioni di contrattazione su queste tematiche. Una sorta di scuola di pensiero molto legata ai temi dell’ambiente di lavoro. Penso, per quanto riguarda la CGIL di Torino, a Piero Pessa, Gianni Marchetto, Armando Caruso, Cesare Cosi: tutte persone che tu ricorderai e che furono nel sindacato i maggiori sostenitori di questo approccio metodologico e culturale al tema della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Ricordo tutti. Di Cosi, in particolare, ricordo un’ accesa assemblea alla Porta 5 di Mirafiori durante i 35 giorni del 1980. O sbaglio?
Non sbagli.
In molte assemblee un gran numero di interventi erano di delegati meridionali. Come si riuscì a trasformare i giovani meridionali alla loro prima esperienza di lavoro di fabbrica in sindacalisti consapevoli?
Nel corso degli anni settanta con la conquista delle 150 ore nel contratto dei metalmeccanici, furono decine di migliaia gli operai che conseguirono con quello strumento la terza media e strumenti di alfabetizzazione primaria – saper leggere, scrivere e far di conto – e poi strumenti di relazione – tenere un’assemblea, fare una trattativa, rappresentare i propri compagni di lavoro – si acquisirono grazie alla fondamentale esperienza dei consigli di fabbrica, a quei contatti col mondo della cultura e all’atteggiamento pedagogico della politica e del sindacato che costruì migliaia e migliaia di quadri che svilupparono la contrattazione sulle condizioni di lavoro degli anni successivi. Una stagione molto ricca, molto importante.
Erano anni socialmente anche tumultuosi; c’era una generazione giovane e meridionale, penso all’ esperienza di Torino che irrompeva sulla scena. Quindi in quella moltitudine ci furono i capipopolo, i punti di riferimento, che si costruirono anche naturalmente e ci fu un incontro di costumi e di linguaggi tra l’ex contadino meridionale e l’operaio specializzato del nord. Penso sempre, emblematicamente, a due figure di riferimento: ad Alfano Bonaventura, meridionale della Lucania, , e a Cesare Cosi, geometra torinese, tutti e due operai delegati alle meccaniche Fiat di Mirafiori. Il primiera portatore di una visione politica della contestazione all’organizzazione del lavoro d’impresa – l’uomo in più sulla linea di montaggio per alleviare la fatica – il secondo portatore di una visione scientifica che ricavava da minuziosi calcoli dei ritmi, delle pause, delle saturazioni dell catena di montaggio, la richiesta di avere un uomo in più sulla linea.
Che è rimasto di quell’esperienza che è alla base di questa dispensa?
Purtroppo poco. Oddio, esiste un cultura, naturalmente, della contrattazione sui temi della condizione del lavoro ma bisogna onestamente, riconoscere che quella cultura si è affievolita fino a scomparire già verso la fine degli anno ’70 quando il vento cominciava a cambiare. Subì una scossa di contenimento molto robusta dopo la sconfitta alla Fiat del 1980 e si riverberò sull’insieme della situazione del lavoro in Italia. Non c’è dubbio che, a distanza di tanti anni di silenzio e di arretramento, pur essendo ancora il sindacato una forza organizzata – dieci milioni di lavoratori e pensionati sono iscritti a CGIL, CISL e UIL –c’è stato un progressivo e vistoso arretramento di capacità di contrattazione e di rappresentazione delle condizioni di lavoro. E anche una rarefazione della contrattazione di secondo livello, prevista dal protocollo del ’93. Non è un caso che il sindacato in tempi recenti abbia molto insistito sull’esigenza di ripartire da queste tematiche. Non soltanto evocarle, ma farle diventare oggetto di negoziato.
Ma ha ancora la forza di farlo?
Il sindacato sicuramente deve interrogarsi sul suo futuro. Ci sono cambiamenti così forti, soprattutto nel mercato del lavoro e nel modello d’impresa, che non consentono d’immaginare una continuità di azione sindacale soltanto basata sulla rappresentanza del lavoro tradizionale, quello stabile. O soltanto nella capacità di penetrazione nella media e grande impresa. C’è tutto un mondo di piccole e piccolissime imprese e di lavoro destrutturato che se non trova una sua rappresentatività cerca canali alternativi.
Ma c’è il ricatto del posto di lavoro, la minaccia di licenziamento. In queste condizioni il sindacato è debole.
La recente legislazione di sostegno al sindacato, ad esempio il “Testo Unico su salute e sicurezza” che potenzia i rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza nei luoghi di lavoro ma anche nel territorio, dota di nuovi strumenti anche l’azione sindacale.Dev’essere un lavoro paziente di ricostruzione, di avvicinamento alle giovani generazioni che non vedono più, nel sindacato, o lo vedono in modo minoritario, un punto di riferimento.
La crisi determina molto i comportamenti. A esempio la Thyssen sta liquidando gli operai secondo un accordo fatto con i sindacati. Ma chiede di firmare un modulo nel quale c’è il riconoscimento che l’azienda non ha alcuna responsabilità nell’accaduto. La maggior parte firma perché quei soldi servono perché un altro posto di lavoro è difficile da trovare in tempi brevi.
Spetta anche sindacato vigilare su queste situazioni, sulla correttezza degli scambi. Perché un conto è la rinuncia a agire nei confronti di un’impresa con la quale si transa, un altro conto è riconoscerne in assoluto l’innocenza o la non responsabilità.
Da dove bisognerebbe ripartire?
Penso che sia importante che il sindacato abbia raggiunto questo accordo unitario in materia di modello contrattuale, perché quello è un punto di partenza: aprire non solo alla revisione del modello ma anche al rapporto con il governo per quanto riguarda la diminuzione della pressione fiscale sulle retribuzioni e sulle pensioni.
Alla conclusione dell’esperienza di governo qual’è il sospeso che ti procura il maggior rimpianto?
C’è un po’ d’amaro in bocca perché quando cominciavamo a vedere i risultati abbiamo dovuto chiudere bottega. E purtroppo i motivi per i quali questo governo è caduto non sono politici in senso stretto. Anche se occorre riconoscere che il conflitto all’interno del governo era giunto a livelli insostenibili. In nome della visibilità della singola formazione. Credo che l’estrema sinistra abbia dato un colpo decisivo alla sua sopravvivenza e preparato il terreno successivo. Il mio rammarico è non raccogliere i frutti di una semina importante che c’era stata in politica estera e sui temi sociali:pensioni, mercato del lavoro e giovani. Alcune cose giungono in porto e sono cose importantissime: protocollo sul Welfare, il Testo Unico sulla salute e sicurezza, la lotta contro il lavoro nero. Consegniamo delle importanti eredità, dei buoni risultati. Spero che non vengano smantellati nelle logica di cancellazione di “quel che c’era prima”. E poi ci sono altre cose da attuare: la riforma degli ammortizzatori sociali che è una delega che scade alla fine del 2008.
Lascio l’ultimo passaggio da compiere sui lavori usuranti. Spero che venga concluso dal nuovo governo con l’ultimo ok mancante per rendere operativo il dispositivo del protocollo del 23 luglio:tre miliardi già coperti che fanno anticipare la pensione a chi fa un lavoro pesante in catena di montaggio, nel notturno, in siderurgia… Un riconoscimento fondamentale di cui si discuteva da decenni arrivato a conclusione. Purtroppo è mancato il tempo per l’atto finale. Spero che si concluda. E’ stato uno dei dei punti che ho lasciato in eredità al prossimo ministro del lavoro al quale ho passato le consegne su tre punti in particolare: la riforma degli enti previdenziali ( i due poli, uno assicurativo e l’altro previdenziale); i lavori usuranti, una proposta per l’erogazione dei fondi stanziati per i giovani per l’ attività d’impresa, per il passaggio generazionale nel lavoro autonomo e per le coperture dei momenti di disoccupazione. Purtroppo la crisi di governo ci ci ha impedito di arrivare al traguardo.