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Giovedì 13 dicembre 2007

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Diego Alhaique

alhaique@mail.cgil.it
Come una manovra finanziaria sui conti dello Stato. Anzi di più, se si considera l’entità (30 miliardi) di quella prossima ventura, perché ogni anno i danni alla salute causati dal lavoro costano al paese ben 41,8 miliardi di euro. Il danno economico degli infortuni e delle malattie professionali, che si affianca a quello sociale e alle sofferenze individuali e delle famiglie, costa quindi all’Italia una cifra superiore al 3 per cento del Pil. Questo è quanto risulta da un’analisi svolta dalla Consulenza statistico attuariale dell’Inail (pubblicata nel recente n.7 del mensile “Dati Inail”), sulla base degli eventi lesivi del 2003, per i quali sono stati indennizzati dall’Istituto circa 650mila casi di infortunio e 4.000 di malattia professionale.

Agli inizi degli anni ‘90 l’Inail elaborò un primo calcolo globale che fornì una cifra enorme, pari a 52mila miliardi di lire. Si trattava di una stima, comprendente costi diretti (cioè prestazioni assicurative) e indiretti a carico delle imprese (per la prevenzione e, a seguito degli incidenti, per fermo produttivo, spese legali ecc.), danni residui a carico delle vittime e danno indotto all’economia in generale. La metodologia utilizzata era quella adottata dall’Organizzazione internazionale del lavoro. I costi annui in questione si situavano tra il 3 e il 4 per cento del Pil, una perdita secca di proporzioni colossali, equivalente in media a 3.000 chilometri di autostrada dell’epoca.

Aspetto interessante è che nel calcolo attuale sono stati considerati gli eventi che hanno colpito non solo gli assicurati, ma anche, per stima, quelli che hanno riguardato i lavoratori non soggetti ad assicurazione (ad es. molte aree del pubblico impiego), il lavoro sommerso e le nuove categorie tutelate dall’Inail (ad es. i “collaboratori a progetto”). Il costo complessivo attuale ammonta a quasi 35 miliardi di euro per gli infortuni e a circa 6,8 miliardi per le malattie professionali, risultante dalle stesse componenti della valutazione degli anni ‘90: prestazioni assicurative (8,5 mld per gli infortuni e 2 mld per le malattie professionali), costi di prevenzione (rispettivamente 10,9 mld e 2,3 mld), costi indiretti a carico delle aziende e delle vittime e quelli per perdite produttive e danni all’economia in genere (15,4 mld e 2,5 mld). Il costo complessivo del sommerso è stato stimato intorno ai 4,5 miliardi per gli infortuni e a quasi un miliardo per le malattie professionali. Per gli infortuni in itinere, il costo è di poco superiore ai 3 miliardi di euro (compresi quelli occorsi ai lavoratori irregolari). In complesso, circa 41,8 miliardi di euro, pari al 3,2 per cento del Pil, contro il 3,6 della precedente valutazione.

Di recente anche Eurostat ha svolto un simile studio per l’Europa, allo scopo di dimostrare come, vista l’enormità del valore dei danni provocati, la prevenzione rappresenti non solo un dovere etico ma anche un affare e non un aggravio. Ma il metodo adottato risulta diverso da quello italiano: ad es. la valutazione dei costi è stata fatta solo per gli infortuni e per tipologia di trauma (cadute dall’alto, infortuni da mezzo di trasporto ecc.), non viene considerato il danno che resta a carico della vittima dopo l’indennizzo. Ne risulta un calcolo meno completo di quanto non sia quello italiano, esprimendo per l’anno 2000 un totale di soli 55 miliardi di euro per l’intera collettività dei Quindici: un risultato limitato e parziale che non sembra rendere un buon servizio allo scopo cui era destinato.

 
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